Julian Schnabel


From: 2001-03-21
To: 2001-05-31


L’opera di Julian Schnabel, esempio di una tra le più importanti sperimentazioni pittoriche contemporanee, affermazione di un pensiero poetico stupefacente e a tratti indefinibile, si propone nell’attuale panorama artistico come territorio di confine culturale, come segnale di un nuovo atteggiamento artistico, curioso ed onnivoro, che non teme la disciplina del confronto. E’ affascinante e stupefacente riconoscere come nell’arte di Julian Schnabel convivano sempre aspetti tra loro contrastanti e contraddittori, elementi dicotomici che si contrappongono costantemente, generando una sorta di pulsione vitale dai toni spesso esasperati e dalle improvvise accensioni espressive. Non si può parlare di superficie armonica nelle sue strutture lacerate e consunte, cromaticamente aggredite, calpestate e spesso corrose da una materia pittorica che non concede respiro. La sua arte non può essere semplicemente sussurrata, ma ama esibirsi nella teatralità di una presenza invadente. Già nei suoi primi lavori si evidenzia una struttura estetica estremamente complessa ed articolata sia sul piano linguistico che su quello tematico: da un lato abbiamo la rude definizione di una superficie materica amalgamata in modo confuso dal collante pittorico, dall’altra il ricorso ad un universo magicamente evocativo e simbolico. Il baratro della superficie rappresenta il primo punto di riflessione su cui Schnabel si sofferma: la necessità di conferire al supporto una personalità propria ed autonoma testimonia la consapevolezza del ruolo svolto dal ‘campo’ dell’azione pittorica. La scena artistica risulta ricostruita attraverso la definizione di un supporto già autonomamente carico di memorie, ricco di una personalità e di un carattere che gli consentono una ‘presenza’ originale ed indipendente. All’inizio sono i famosi piatti rotti, ma seguiranno quinte teatrali, velluti (materiali talmente garbati che il colore non riesce a penetrare e resta sospeso inquieto ad almeno mezzo centimetro dalla superficie) e tendaggi, teloni di camion, riproduzioni ed opere di altri artisti, il tutto per dare alla superficie una propria anima ed una propria vitalità. La scena pittorica è già dunque animata ancor prima dell’intervento dell’artista che si ritrova così in un luogo dell’arte per certi versi strutturato, con il quale è necessario misurarsi e competere: il panorama è quindi già tracciato nelle sue linee essenziali e all’artista non rimane che uno stato di sofferta coabitazione. E’ naturale che Schnabel sviluppi un’articolazione linguistica violenta e primordiale che sfocia nell’utilizzo di pigmenti primari, di paste cromatiche, di collanti e materie che si sedimentano e irrobustiscono una superficie dal corpo già ruvido e segnato. La velocità esecutiva, la sgocciolatura disordinata, l’irripetibile casualità del segno sono i tratti distintivi di un agire che intende emergere, affermarsi, che è consapevole della realtà indecifrabile, ma che reclama, allo stesso tempo, un proprio ruolo protagonista ed una propria forte personalità. (tratto da Julian Schnabel: la violenza della poesia, di Danilo Eccher) PIATTI Nella vita di un artista arriva quasi sempre il momento in cui la civiltà gli volta le spalle, lo abbandona a se stesso; ecco che allora lui decide di guardare i pennelli con assoluto e totale disgusto, con indifferenza, e non gli rimane altro che rompere piatti, tazze, stoviglie e intervenire sulla tela direttamente con le mani. Questa forma di frustrazione per la limitatezza dei metodi che ha a disposizione, deriva dal bisogno dell’artista di mettere più di se stesso, più Umanità nella sua opera. I piatti che Schnabel prima distrugge e poi utilizza nei suoi primissimi lavori, non sono elementi scultorei: rappresentano molto più semplicemente la metafora delle pennellate. Non esisteva pennello o impasto abbastanza spesso per ottenere un effetto dello stesso genere, dovevano essere assolutamente dei piatti. Questa terraglia fatta a pezzi, distrutta, disintegrata è ciò che è in realtà Schnabel; e a nessuno importa di come sia fabbricata la cosa o delle immagini necrofile che strisciano sui loro tronconi tra i cocci. I piatti non vengono utilizzati in quanto tali, come nell’arte spazzatura, ma sono in funzione del bisogno peculiare dell’artista di superare i limiti che lo separano dalle cose. E’ un po’ come se questi cocci volassero attraverso la stanza e restassero attaccati lì per la forza stessa del colpo. Sono davvero tremendi, incutono quasi paura. Ma niente affatto in senso peggiorativo. I plate paintings sono opere che ai loro tempi hanno dato il via ad un nuovo corso, come ci si aspetta da tutta la buona arte. Quando videro la luce la prima volta, presentarono un mondo, una dimensione visiva, che prima non era mai apparsa con evidenza. Introdussero un nuovo stile, gridarono forte e a volte insolentemente, in modo appropriato quei tempi. Ma in nessun caso furono acritiche. Furono capaci di esprimere emozioni come la melanconia e la tragedia, che sono l’essenza stessa dell’arte. Offrirono ed offrono ancora una nuova dimensione all’idea della rappresentazione umana, che si dimostrò in grado di distruggere ancora più a fondo l’apparenza e di portare la posizione espressiva a nuovi estremi. Lungi dal celebrare il consumismo, il potere dei media e il culto del giovane rampante, questi quadri servono piuttosto come meditazioni sulla povertà, sulla malattia e sulla sopravvivenza e sul potere dell’amore e dell’arte per sconfiggere il male che è ovunque. Frammenti di ceramica fatta a pezzi, abili giochi simultanei di superficie ed immagine, applicazione del colore a pennellate allungate, impulso interiore a fare qualcosa di più che un dipinto, a farne un incubo. L’arte, per Schnabel, è come l’archeologia, deve scavare a fondo, deve trovare tracce immaginarie di sopravvivenza e addirittura di immortalità, anche se fratturate e spezzate, e deporle come altari ad uso pubblico e privato, come feticci che danno una sensazione di un luogo in questo universo. (tratto da J. S., di Norman Rosenthal e Un ‘plate painting’ di Julian Schnabel da Mery Boone, di Rene Ricard) PAROLE La parola rappresenta, nell’arte di Julian Schnabel, un mezzo espressivo e comunicativo molto importante. Linguisticamente la narrazione procede per aforismi, per brevi sussulti poetici piuttosto che nella linearità della prosa; il tratto è deciso e primitivo, il colore impastato, l’impianto compositivo risulta elementare, scarno e asciutto, tutto riconduce ad un segno espressivo brutale e intimamente cruento, rudemente barbarico nel suo procedere nei territori di una memoria data, lungo i bordi di una superficie solidamente presente e orgogliosamente consapevole. L’utilizzo della parola presenta aspetti dirompenti, non tanto come apporto di significato linguistico, quanto piuttosto come immagine pura, come rappresentazione astratta di un valore significante, come simbolo visivo di una nuova espressività. La parola irrompe nelle opere di Schnabel con una sorprendente forza aggressiva: lo spazio è completamente invaso, totalmente occupato, zittito il cromatismo, notevolmente ridimensionata la personalità materica della superficie, azzerata la narrazione visiva, tutto è avvolto, assorbito e, in un certo modo, metabolizzato dal potere della parola. Le lettere compongono un pensiero, ne mostrano il volto, ne indicano la presenza ingombrante, la voce del pensiero si diffonde nello spazio scenico dettando il tempo di una riflessione che ha ormai avvolto l’opera. Lo sguardo si fa contemplativo ed emerge un sottile e profondo senso di spiritualità che risveglia le anime indecifrabili dell’emozione e dell’incanto. Si evidenzia allora nell’arte di Julian Schnabel la complessa dimensione poetica che, evocata dal ruolo simbolico della parola, riaffiora con tutti i suoi misteri e dipana i suoi segreti alla luce di un’anima svelata. La poesia s’innalza con forza, ma non placa i contrasti, annuncia solo il proprio abbandono al piacere esoterico dell’ignoto, all’oscurità dell’incertezza. Ecco allora che la forza simbolica della parola non ha più bisogno del proprio rigore espressivo e, così, soprattutto nelle ultime opere, Schnabel riscopre un’irriverente gestualità che travolge la parola e la riassorbe nella magmatica superficialità del pigmento. (tratto da Julian Schnabel: la violenza della poesia, di Danilo Ecchler) PERCORSI Nelle opere di Julian Schnabel l’impianto tematico recupera la dimensione di un’immagine sospesa tra l’evocazione poetica e l’esoterismo del simbolo. L’aspetto iconico può risultare dunque a tratti fastidiosamente schematico oppure, altrove, decisamente appesantito. Ciò che emerge, comunque, è sempre un’inquietante atmosfera narrativa che non tradisce mai la figura anche se spesso ne subisce la dissoluzione. Appare così, soprattutto nelle sue prime opere (metà-fine anni 70), una sorta di ingenua visionarietà che contribuisce a determinare un’immagine spesso grottesca, a volte irritante, che si scompone e ricompone in un rimando continuo di suggestioni e ricordi inafferrabili. Forse è proprio la semplicità iconografica, l’invadente cromatismo, la fisicità della materia che sottolinea le forme, ad alimentare quel sottile senso di sorpresa e di sgomento che queste immagini provocano. Anche nel più tradizionale tema del ritratto, aspetto che l’artista non ha mai trascurato, Schnabel si confronta con l’esigenza rappresentativa da un lato e con l’avventura linguistico-formale dall’altro. La deformazione materica della superficie concorre allora a determinare quella semplificazione delle fisionomie rappresentate che stempera l’elemento descrittivo e, contemporaneamente, è sempre più proiettata verso l’astrazione simbolica. Sia che il soggetto rappresenti i suoi galleristi o collezionisti sia che rappresenti la moglie o i figli, l’immagine risulta comunque sottoposta ad una sorta di torsione, di pressione che ne pregiudica la somiglianza superficiale e ci introduce sempre più alla dimensione magica e silenziosa del simbolo. La definizione evidente di tale rarefazione simbolica dell’immagine si coglie chiaramente in alcune opere in cui il cromatismo quasi liturgico del viola fissa con la tecnica del frottage le improbabile tracce di una soglia, di un pavimento, impronte incerte di un paesaggio irripetibile. Nascono così immagini sbiadite di una realtà quasi sacra che rivive nel ricordo di forche, scudi, croci e nelle loro visionarietà deformanti. Anche la superficie di queste opere si fa più silenziosa e discreta, senza comunque rinunciare alla propria personalità. Lo spazio sembra così ancora più vasto e dilatato, quasi inquietante nell’eco della sua voce impercettibile. Ma è proprio grazie a tale assenza che si svela la precarietà dell’impronta, è nel silenzio della superficie che si può ascoltare la voce di una delicata ed intima simbologia. La metamorfosi della figurazione rappresentativa nella sua sintesi simbolica raggiunge l’apice nella complessa serie di opere nelle quali alla figura si affianca o, in alcuni casi, si sostituisce la parola: si tratta di una serie di cicli pittorici che testimoniano un indiscusso cambio di registro espressivo. Un discorso a sé stante meritano le opere scultoree che, anche se non sfuggono ad un discorso complessivo sulla poetica di Schnabel, rappresentano pur sempre un corpus per certi versi anomalo. Ad esse può essere ricondotta la dicotomia già registrata nei dipinti tra complessa espressività materica e simbologia narrativa: non si può infatti negare che entrambi questi aspetti siano riscontrabili anche nelle opere plastiche, sebbene tale lettura presenti alcune incongruenze che è necessario segnalare. Innanzitutto, l’elemento materico che nei dipinti si caratterizzava come supporto ‘povero’, oggetto recuperato, nelle grandi sculture, malgrado un’esteriorità sgualcita, è reso con un materiale nobile come il bronzo; inoltre anche l’impianto tematico risulta irrigidito in un primitivismo apparentemente formale in cui il simbolismo della parola e dell’immagine si ricompone nella semplicità di una forma plastica fin troppo riconoscibile. Ma è proprio questa perdita di orientamento, questa prevedibilità sconcertante che consente a queste sculture il riscatto di un nuovo orizzonte.

© Galleria Cardi