Vik Muniz


From: 2002-10-10
To: 2002-11-23


“L’arte mi interessa nella sua globalità e non in quanto inventario di discipline indipendenti”: presso la Galleria Cardi e la Galleria Cardi & Co si inaugura la mostra dedicata a Vik Muniz. Le opere presentate esplicitano la sperimentazione dell’artista sui mezzi espressivi, l’intreccio della fotografia con disegno, scultura, pittura e design. Le immagini di Muniz sono suggestioni provenienti dal linguaggio della cultura visiva usando ingegnosamente materiali improbabili per “disegnare” i soggetti delle sue convenzionali stampe fotografiche. Le sue immagini, con umorismo (si autodefinisce seguace di Buster Keaton) e critica allo stesso tempo, sfidano la nostra capacità di discernere i fatti dalla finzione, la realtà dall’apparenza. Utilizzando materiali non ortodossi ed inusuali per la fotografia, come cioccolato, sabbia, filo di lana, gelatina, l’artista prima crea un’immagine manipolando plasticamente la materia, poi fotografa. Ed ecco quindi le icone tratte dal nostro immaginario quotidiano, divi dello sport e dello spettacolo, fatti di cronaca, rappresentati con sciroppo di cioccolato. La fotografia ha qui la capacità di sintetizzare numerosi elementi del soggetto ritratto; fotografare vuol dire documentare ma anche idealizzare. E le fotografie di Muniz tendono a rappresentare proprio questo ideale: l’immagine mentale che ognuno si crea quando vede una fotografia per la prima volta. La serie di fotografie aeree di oggetti in grande scala disegnati nella sabbia richiamano il negativo fotografico: la superficie del terreno, lo sfondo, è illuminata, mentre il segno lasciato dalle scavatrici, l’immagine, è un’ombra scura. Il risultato è sempre una stampa fotografica, ma lo spettatore viene invitato a riflettere sulla rappresentazione dell’oggetto come uno scambio, non come la predominanza di una forma su un’altra. Gli oggetti rappresentati inoltre sono umani, quotidiani, contemporanei, ma la loro rappresentazione richiama le forme astratte e ancestrali delle figurazioni Nazca del Perù, o i segni astratti della Earth Art degli anni ‘60 (celebre la Spiral Jetty di Robert Smithson). I lavori presentati anche all’ultima edizione della Biennale di Venezia sono ispirati a fatti storici che fanno parte dell’immaginario comune: il crollo della Borsa di New York nel 1929, lo sbarco sulla Luna, la caduta del muro di Berlino, la scoperta dell’America. Eventi storici fondamentali e “familiari” per l’uomo moderno: ma la rappresentazione, ancora, disorienta. E allora possiamo conoscere come appariva la volta celeste nell’istante ed esattamente dal punto in cui il fatto è avvenuto. Le stelle sono bolle d’aria cristallizzate nella gelatina. L’artista propone in questa mostra per la prima volta una nuova serie di lavori: ancora una volta il punto di partenza sono immagini fondamentali nella cultura occidentale, ossia le incisioni di Giovan Battista Piranesi. L’architetto veneziano, come si firmava agli esordi, fu piuttosto un celebre incisore e vedutista del 1700. Lavorò principalmente a Roma ma ebbe contatti con la bottega del Tiepolo e col vedutismo di Bellotto e Canaletto: queste esperienze lo portarono a sviluppare una tecnica di incisione influenzata dalla pittura, con le sbavature apportate sui nitidi segni del bulino. Vik Muniz, affascinato dalla tecnica incisoria aperta a pittura e architettura, riprende la serie di tavole del Piranesi “Carceri d’invenzione” (1745 – 1761): le tracce del bulino sono i fili di lana fissati ai chiodini. Muniz migliora la tecnica di riproduzione del segno a matita, già sperimentato in passato con l’utilizzo del filo di ferro e con le riproduzioni dei bozzetti di Rembrandt: i fili di lana permettono la rappresentazione prospettica cara a Piranesi. Il risultato è, sempre, una pregevole serie di stampe di grande formato.

© Galleria Cardi