Not Vital


From: 2001-11-29
To: 2002-01-26


Patendo di un’appendicite perforata due anni ed un secolo fa, Segantini disse: «Voglio vedere le mie montagne». E poi morì. Era venuto qui in Engadina e preso quello che aveva tanto cercato per creare il nucleo visuale per le sue tele. Anche Beuys disse: «Voglio vedere le mie montagne», fa dell’armadio un ghiacciaio «Vadrec» (t), sedie e cassettone diventano montagne «Sciora», «Cime» e «Pennin» ed il letto diventa la valle «Walun». In tanti sono venuti e ancora vengono, le vedono e vogliono vincere quel granito inevitabile. Non puoi non vedere queste montagne perché dove sei, dove vai, di notte e di giorno stanno davanti a te come qualcuno che ti guarda e ti carezza, lasciano apparire e scomparire il sole, la luna, strappano le nuvole in due e poi quel fracasso delle valanghe in primavera che sentivi da bambino a letto la sera e non sapevi se era vita bestiale o vita di pietra. Mi sono ispirato guardando dalla mia finestra di casa quest’estate, dove ho sempre vissuto e sempre visto il Piz S-chalambert , il Piz Ajüz, il Piz Lischana, il Piz St. Jon e il Piz Pisoc il mio preferito (uno ha sempre un favorito). Il Pisoc l’ho salito una volta di notte, forse per non svegliarlo quel mostro di montagna. Ho dovuto camminare e camminare, fare tre volte la faccia del mondo per arrivare un pomeriggio di maggio di quest’anno a stare alla finestra e guardarle di nuovo, come migliaia di altre volte prima. Non c’è niente di più grande e maestoso da vedere dalla mia finestra di queste cinque montagne e questa volta volevo proprio scolpirle in pietra o almeno tentare di farlo. Queste pietre che conosco o che pensavo di conoscere come le tasche della mia giacca. Ho impastato carta nel gesso e formato finalmente queste montagne su una rete, forse è sempre ancora troppo presto. «Le fai troppo alte», dice il mio amico scultore Giordano Vaja. Non esiste troppo alto per queste creature che vuoi innalzare più in alto del cielo. Come un’amante. E poi le scali e vedi un mare di montagne fino nel Valese e ti dà febbre d’eroina. «Il mare è buono», dice la mia amica Annalisa di Bari, «ma queste montagne non lo so». Io dico il contrario, uno si sente protetto da una cosa che sta vicina, ma anche la teme come un pugno di un pugile, uno può cadere e finire o scalare e volare. Il mare si muove sempre un po’ ma queste sfingi è meglio che rimangano ferme. Guardandoti sempre. Si vestono pure di bianco per attrarti e poi ti mangiano in bianco. E giocano come il gatto con il topo quando sei nella nebbia e non sai dove diavolo sei. Ti muovi, corri per arrivare ore dopo al punto di partenza, sudando con la morte in bocca. E con quel grigio del Grigione e quelle erbette saporite per fare godere i camosci di un coitus continuum e poi la caccia e poi addio. «Ai maschi engadinesi le montagne danno melanconia» dice Cüqa (psichiatra a NYC con orecchino di corna di camoscio del S-chalambert). Tanti camminano con lo sguardo a terra, la sigaretta in bocca e ti salutano a malapena perché tutto è tanto peso. Lo sguardo di Giacometti tradisce chi veniva dalle montagne bergagliotte, ancora più maestose delle montagne engadinesi. Loro non lasciano passare il sole per tre mesi, ma neanche un raggio, ed è subito sera. I nostri disegni erano montagne. Tetti della terra. (Io per la verità non disegnavo a scuola perché non mi andava e spesso mi doleva lo stomaco, forse perché non sapevo cosa disegnare e studiando cosa fare mettevo le matite e i colori in bocca, me li mangiavo senza sapere). Anche le teste della gente sembrano più dure o almeno dicono «tü esch dür sco la crappa d’Uina». Voglio mostrare queste montagne antichissime, amate anche dai milanesi, come se fossero fatte ora e delle modelle e modelli le presentano come un vestito d’alta moda: questo è il Piz Ajüz, questo è il Pisoc…

© Galleria Cardi