Domenico Bianchi


From: 2007-05-29
To: 2007-07-15


Gli esordi di Domenico Bianchi si collocano alla fine degli anni Settanta (Ugo Ferranti, Fine Arts Building, New York, maggio 1977). Il primo mezzo scelto evidenzia quell’aspetto di leggerezza che percorre tutta l’opera: l’acquarello permette di leggere in filigrana la struttura dell’opera. Bianchi mantiene questa capacità di mettere in trasparenza la struttura formale del quadro anche attraverso altri materiali e strumenti: la stratificazione delle cere, la sottrazione delle xilografie. Il problema centrale è la luce, ma fondamentale diventa il procedimento di costruzione e la metodologia usata per produrre una distanza tra l’opera e il suo autore. Bianchi utilizza sempre nel lavoro una logica intrinseca rispetto a materia e forma usate, come anche rispetto al procedimento e alla collocazione. Le lastrine formato standard di cera si fanno vere e proprie pietre da costruzione atte a “murare” il quadro secondo la tecnica dell’intarsio che determina disciplina, rigore e lentezza di elaborazione. Deve quasi sembrare che l’opera si sia fatta da sé, devono sparire le tracce dell’autore. “Sebbene i suoi quadri appaiano lenti e attentamente studiati nell’impostazione, neppure minimamente impulsivi, sono molto appassionati. La passione risiede nell’atteggiamento che l’artista assume verso l’oggetto pittorico: è un oggetto estremamente prezioso, sacro quasi come una Madonna, un oggetto che l’artista realizza con delicata perizia, lavorando lentamente la superficie della cera o del legno con la pazienza di un orafo” scrive Rudi Fuchs che prosegue “L’opera di Bianchi è perciò fortemente solenne. La sua qualità risiede nella sua misura, nel suo evitare l’irruenza”. Nella maggior parte delle opere Bianchi individua un nucleo centrale, una sorta di baricentro, segnalato da maggiore incisività del segno o intensità del colore o addirittura da un elemento aggettante. In questo caso Bianchi ha lavorato appositamente per lo spazio della Galleria Cardi. La disposizione risponde a un preciso progetto. Sulla grande parete entrando a sinistra una serie unica: sei grandi quadri a cera bianca e palladio; un’opera che accosta cera bianca e cera grigia (come se i bagliori del palladio si fossero attutiti verso un diverso stato del colore, quello dell’opacità); una cera nera con l’interno bianco. Una “famiglia” di lavori realizzata con il materiale più tipico dell’artista: la malleabile cera, ma attraverso declinazioni differenti. La forma circolare che si accampa al centro si è complicata, fino a raggiungere cinque sovrapposizioni. La parete destra è invece occupata da una composizione organizzata secondo uno schema verticale: delle ventuno piccole opere circa la metà sono legni incisi con la tecnica di una matrice da xilografia. L’artista aveva già fatto xilografie in copia unica, in questo caso invece rimane solo la matrice. In alcuni legni incisi come un colpo di luce si inserisce l’argento. Gli altri piccoli lavori sono in cera gialla o nera con l’interno giallo, nero o bianco. Al piano di sopra un clima più rarefatto riporta alla leggerezza dei primi lavori di Bianchi. Come ali degli angeli di Piero della Francesca gli acquarelli si accostano per scelte cromatiche. Ogni quadro è una struttura, un oggetto e ancor più un’architettura, sia nel caso dei più “duri” di legno, che in quello dei più pittorici a cera. Semplici elementi su cui la luce disegna.

© Galleria Cardi